La stessa distanza negli occhi.


Era carina, o almeno così la ricordo, anche se nella mia memoria ha ora lo sguardo di un topolino triste, come se lo avessero disegnato in una giornata d'autunno. E delle foglie imbrunite aveva preso sia il colore degli occhi, che le sfumature dei capelli. Muoveva rapida le dita sottili dei suoi dodici anni sulle corde della chitarra. Leggevo una aggressività nascosta nella velocità con cui batteva sulla cassa con le nocche delle dita, nelle pause tra gli accordi. Ma forse ora sto ingannando sia me stesso che voi e non era rabbia quanto piuttosto l'imitare la confidenza della sorella maggiore. Il naso affilato, le gambe esili, solo la determinazione sembrava essere la stessa di quella sorella ingombrante come i seni che la piccola di casa non avrebbe mai avuto. La determinazione nello sguardo, le parole brevi, la distanza che sentivo nell'avvicinarmi a lei, attratto dall'incoerenza tra la sua timidezza e l'energia del suo cantare. Con la stessa distanza negli occhi la immagino oggi, in quella chiesa della nostra infanzia, per la prima volta senza chitarra, mentre osserva le venature della cassa di noce. 

La salutai senza un abbraccio, voltandomi prima di uscire dalla stanza dell'ospedale. Non ricordo se sorrise, alzò la mano, mi ringraziò ancora. Una tua amica è ricoverata da noi, le farà certo piacere vederti, starà qui a lungo. Così andai, una mattina d'estate, e ritrovai quel volto da topolino autunnale seduto su un letto bianco come le pareti, come i camici, come lo sguardo dell'anziana lì a fianco che sorreggeva a fatica un cucchiaio di brodo ormai freddo. Non fu sorpresa di vedermi, il mio contatto le aveva chiesto sin da principio se fosse d'accordo di ricevere la mia visita. Gli occhi raccontavano degli anni trascorsi, il corpo era lo stesso della sua adolescenza. Parlammo con la confidenza che appartiene a chi si conosce bambino, senza prender a male quella distanza che sempre l'aveva accompagnata. Come va l'università, come sta tua sorella, suoni ancora la chitarra? Lei ricambiò chiedendo se volessi ancora farmi prete, dove abitassi ora, se credessi in dio. Trent’anni dopo non so dirvi se tornai a trovarla, forse si, una volta sola ancora.

Ripensandoci oggi, mentre la pioggia batte sui finestrini del vagone della metropolitana, nascondendo la vista di Stoccolma nel breve momento in cui il treno emerge in superficie, ripensando a quel giorno d’estate in riva al fiume, non credo che il suo gesto fosse stato in alcun modo intenzionale. Quando prese la pietra in mano voleva forse lanciarla nell’acqua, così da bagnarmi, mentre saltavo di masso in masso per guadare quello che era infatti solo un torrente stagionale. Fu lo stupore, non il colpo. La pietra lasciò del rosso e poi del blu che cercai di nascondere nei giorni successivi indossando pantaloni a gamba lunga. Non dissi nulla, da quel giorno smisi di parlare a quel ragazzino che prima di attraversare il torrente credevo amico. Il blu divenne giallo ed infine scomparve. Il ricordo del nome di chi lanciò la pietra, invece, lo serbai per il resto della mia vita.

Decise di non svegliarla, quel mattino. La notte era stata lunga ed il sonno breve, come si conviene alle famiglie in cui un nuovo bimbo è arrivato da poco. Svegliami prima di uscire, voglio salutarti. Ricominciava oggi, le giornate di ferie faticosamente risparmiate per l'occasione ed i magri giorni di congedo parentale erano esauriti e lo aspettava una trasferta fuori regione. Negli anni dell'università si era immaginato dirigente in qualche industria petrolifera. La salute precaria di lei, che la costrinse a ritardare la laurea di molti anni, costrinse lui a cercare lavoro lì in periferia, dove non vi era nè petrolio nè industria. Sorridendo, con gli amici, diceva di esser finito a fare l'idraulico. Si occupava della manutenzione di valvole industriali per una azienda tedesca. Lo stipendio era buono, e prima di diventare padre non gli pesava viaggiare senza sosta. Quel mattino, uscendo di casa, uno sguardo alla carrozzina vuota sul pianerottolo, e la foto di lei sul portachiavi del furgone aziendale, decise che avrebbe cercato un lavoro in città. Guadagnerò meno, ma staremo di più assieme.

Vladimir Dojanovic non si era mai posto il problema. I cinque figli (e presto il sesto in arrivo), mangiavano molto di più di quanto avesse immaginato. Sua moglie non lavorava. I suoi genitori, la madre di lei, il fratello nato con la spina bifida e poca voglia di vivere, una intera economia di sussistenza trovava una soluzione solo in quella sua attività di autotrasportatore lungo i grandi corridoi internazionali che segnano l'Europa come una cicatrice. Aveva attraversato la frontiera con l'Italia al mattino presto, ed il carico era diretto oltre un altro confine ad ovest. Non importa sapere per quale motivo, quel mattino decise di fermarsi nella piazzola per le soste di emergenza lungo l'autostrada. Potremmo forse chiederlo, a Vladimir Dojanovic, se sia stata una spia del motore ad indurlo a parcheggiare lì o la necessità di alleviare una tensione addominale. Come quel ragazzino in riva al fiume, molti anni prima, l'intenzione non era certo quella di colpire qualcuno con la pietra. Ed infatti, non fu Vladimir, a colpire. Vladimir se ne stava seduto nella cabina di guida, quando arrivò il colpo. 

Sono molti i non so di questa storia triste come il ricordo di una pioggia autunnale. Non so cosa pensasse quel ragazzino lanciatore di pietre, ormai ingegnere alla guida del suo furgone carico di valvole e non so cosa stesse pensando l'autotrasportatore Dojanovic nello stupore dell'impatto. Non so cosa pensò la mia amica d'infanzia, quando fu svegliata due ore dopo dal pianto del bimbo, o forse dal bussare alla porta di casa. Non so nemmeno dirvi come mi tornò alla mente una lontana estate al fiume ed il nome di quel ragazzino. La sua foto fu il primo risultato del motore di ricerca, accanto alla foto della lamiere sull'asfalto. Lo sguardo era lo stesso che ricordavo. Lo piangono i genitori, la moglie ed il figlio piccolo. Riconobbi subito il nome di lei. Non mi stupii che si fossero sposati, era lo stesso gruppo di amicizie, la stessa città, lo stesso quartiere. Le scrissi, mi rispose qualche parola di circostanza. La immagino in piedi, in quella chiesa che conosco così bene, il legno di noce che avvolge il corpo di lui, e lei che smette per un momento di cantare su quegli accordi cosí famigliari e forse, ora si con rabbia, vuole solo battere forte su quella cassa che non suonerà più.




(Il disegno di copertina è di Sara Elan Donati: Ragazza autunno • Saraelan Illustration - Saraelan Illustration)

Commenti

Post popolari in questo blog

Cinque piccoli suicidi. Capitolo primo.

Cinque piccoli suicidi. Capitolo secondo.