Cinque piccoli suicidi. Capitolo primo.



Aprì il cassetto. La salutò. Prese la corda. Si sedette. Stese i panni ad asciugare.

Vi ripose la busta bianca ancora chiusa. Il nome e l'indirizzo erano gli stessi di ogni altra lettera nascosta lì, in quel cassetto del mobile del soggiorno, proprio sotto le posate buone. Nascosta ai suoi occhi, non a quelli indiscreti di chi poi volle leggere un motivo riparatore in quella corrispondenza impersonale. Se questa storia fosse stata un romanzo, avrei dovuto scrivere "esitò". Chissà perché ci piace pensare che si esiti sempre, nella discesa "lenta ed inesorabile", in quei momenti cupi che precedono il colpo sordo del proiettile o l'impatto con il ferro del treno regionale. Marek Andrzej Wójcik non si sparò un colpo di pistola e non si recò alla stazione di Mechelen ad attendere il treno delle dieci meno un quarto per Anversa. Nemmeno esitò, Marek, quella mattina di aprile. Era la sua vita, non un romanzo, eppure sapeva da sempre che tutto era già stato scritto.

Non un abbraccio, un bacio, una carezza. La salutò come ogni giorno, senza aspettarsi più davvero una risposta, una parola, un sorriso. Dal giorno della diagnosi non avevano più dormito assieme. Ricordava ogni parola, ogni suono, il verde dei glicini non ancora fioriti riflesso negli occhi di sua moglie. Non doveva chiudere gli occhi per rivedere le unghie curate dell'infermiera che aprì loro la porta, lo studio del medico arredato come la sala insegnanti di una scuola elementare di periferia, la stretta di mano, sedetevi pure, lasciatelo correre per la stanza, siamo abituati, signora non si preoccupi. Poche parole che non comprese, le domande, il buio. Si può fare molto, non vi è cura, crescendo, supporto. Poi ancora di nuovo, a piedi, la ghiaia, gli edifici bianchi del parco Basaglia, due utenti del servizio per le tossicodipendenze che fumavano in attesa della loro dose di metadone. 

Chiuse la porta, scese le scale, sentì ancora le urla di lei inseguirlo dall'appartamento al secondo piano di quella palazzina fatiscente, costretta tra il cavalcavia ed il cimitero comunale, e che occupavano dal giorno dello sfratto. Non ne poteva pìù. Voleva ammazzarsi, e che si ammazzasse. Adesso le avrebbe fatto ben vedere lui come si fa. La corda sottobraccio, scavalcò il muretto che separava il cortile dal luogo di eterno  riposo delle anime cittadine. Pace, voleva solo starsene in pace. Maledetta troia. La facesse finita invece di urlare da mattina a sera. Camminò veloce tra le pietre bianche, si sentiva sempre osservato, soprattutto quando nessuno lo guardava. Svoltò a sinistra lungo il viale maggiore, dove stavano i signori, maledetti, la morte c'è anche per voi, e poi giù, diretto al muro nord, quello alto che serve anche da confine di stato. Si fermò, tornò indietro, prese la scala di legno della colombaia, imprecò ancora, l'appoggiò al muro, saltò oltre, ma nessuno lo fermò. Il confine non c'era più. 

Mise le cuffie, inserì il codice personale nel sistema di accesso, si voltò rapidamente verso il collega che stava uscendo. Mi raccomando, non fare tardi domattina. Aldo annuì, inutile discutere, tanto che avrà mai da fare questa. Si erano frequentati per qualche settimana, quando entrambi lavoravano in cardiologia. Lui era ancora sposato, lei era tornata da poco dal viaggio di nozze. Da sola. Nessuno sapeva bene cosa fosse successo, ma chiunque la conoscesse non se ne era stupito. Non si capiva come qualcuno l'avesse davvero voluta sposare. Dicono che il marito sia rimasto sulla nave fino alla fine della crociera. Lei invece era scesa a Dubrovnik, con tutte le sue valige, ed era tornata a Gorizia.  Erano passati almeno dieci anni, diceva di non ricordarsi nemmeno piú il nome. Il turno di notte era il suo regno. Nessuno che volesse fare conversazione, la birra fresca nella borsa termica, le voci, quelle che sempre le parlavano a casa, e non la lasciavano dormire, le voci qui non potevano raggiungerla, e non le avrebbero fatto sempre le stesse domande.

Nelle giornate di Bora preferiva sempre aprire lo stendino in bagno, nonostante poi l'odore di muffa, acuito dall'umidità, le causasse quei suoi terribili mal di testa che solo un lungo sonno e la novalgina avrebbero forse calmato. Alle volte non era sufficiente dormire, e la giornata successiva erano conati di vomito, il dolore come una spada che trafiggendole l'occhio sinistro cercava di uscire dalla nuca, sdraiata senza forze sul pavimento. Ma non vi era alternativa, se tirava il vento, sarebbe volato tutto via, come il suo Mario che era giovane, forte, bello, il suo Mario che era volato via in un soffio. E pensava a suo figlio, quando il sole le fece visita dalla finestra aperta, i panni appesi come note ai cinque fili di ferro che correvano da un appartamento all'altro, di finestra in finestra, su ciascuno dei sei piani del palazzo. Guardò giù. Chi la biancheria, chi le lenzuola, ogni filo di quel pentagramma di periferia sventovala come bandiere in un giorno di festa. Finché, lì, sei piani più sotto, lei lo rivide.


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