Il Magico Paolo



Il dolore arriva dopo. Lei lo capì da bambina, io per comprenderlo dovetti attendere i cinquantanni. La paura invece non ti sorprende mai e trascorre le notti seduta accanto al letto, materna, paziente, curiosa. La paura non dorme, gli occhi di civetta dietro la testa, i peli ritti sulla schiena, il respiro interrotto dai tuoi colpi di tosse. La paura, che un tempo doveva essersi sentita davvero sola nel vegliare instancabile ogni tuo sonno, aveva finalmente trovato una compagna. Giocano a carte, nel buio della stanza, senza dirsi una parola, e spesso ormai è solo la vergona a vincere ogni mano.

Ventimila lire le prese dall'urna cineraria della madre. Si conoscevano da sempre, non le fu difficile scoprire dove custodisse i suoi segreti, e quei pochi risparmi che non voleva far trovare al marito. Meglio nell'urna cineraria che nelle tasche di qualche prostituta, dall'altro lato di quel muro di confine che, Berlino minore, divideva in due la città. Impiegato postale in eterna cassa malattia, il Magico Paolo trascorreva le giornate a legger tarocchi in un retrobottega di Via del Seminario: un negozio di tende e tessuti, la cui unica memoria, oggi, è un'insegna verde sulle saracinesche chiuse. Non ne era il proprietario, affittava la stanza senza mai pagare il dovuto. Lo stipendio finiva tutto a Salcano, dalle ragazze della Majda, oppure a Sežana, dove ogni mese arrivavano quelle nuove. Quelle volevano il pagamento anticipato. Alla vecchia di Via del Seminario, invece, diceva sempre che avrebbe saldato il mese prossimo. 

Fui io a battezzare come urna quel vaso opale nero, le braccia ricurve che suggerivano l'intenzione dell'artista di farne un'anfora ed un cherubino sbrecciato ad ornare il piattello che serviva da coperchio. Sua madre aveva ricevuto da poco la diagnosi, quella diagnosi che nessuno ripete ad alta voce e tutti temiamo. Morirò, mi disse, mi dimenticherete tutti, sarete contenti, non vi sarò più d'intralcio. Non dica cose, le risposi, la terremo sempre con noi, alzai il braccio ed indicai quell'orribile barattolo di falso vetro di Murano: ecco abbiamo già l'urna, metteremo lì le ceneri e la terremo con noi. Sorrise. Da quel momento, ad ogni occasione in cui andavo a trovarla, sospirava "sto ancora qua, caro mio, l'urna può attendere".

Il dolore arriva dopo, il dolore arriva dopo, ripeteva piano con la voce dei suoi sette anni quando lui la fece scendere dalla macchina e camminare sul greto di quel fiume che un tempo fu sacro alla patria. Era stata la cinghia dei pantaloni da quando lei ne avesse memoria. In camera sua, a casa. La madre, seduta in cucina, disse di non averne mai saputo nulla. Infatti non era mai successo, per quanto ne sapesse. Percorrendo la strada della Mainizza, quella mattina, il suo corpo immaturo sapeva che sarebbero state altre cinghiate. La paura l'aveva avvertita, nella notte, mentre dormiva. La madre il giorno prima era stata particolarmente silenziosa. Lui non si era visto a casa per tre giorni, e quando si presentò a colazione la barba era ruvida, la camicia non stirata, le mani che si muovevano piano. Non sapeva invece, lei, bambina, a sette anni, che ne dalla Majda ne tantomeno a Sežana gli avevan fatto credito, questo mese.

Le ventimila lire furono sufficienti per il tempo e l'inchiostro, ma non certo per convincere quel tizio lungo col puzzo di fumo che avesse diciott'anni o, chissà mai, il consenso dei genitori. Per compensare il rischio, dovette pagare altrimenti. Quando lei chiuse gli occhi non fu pudore o vergogna, fu il non voler vedere cosí da vicino la fibbia e la cinghia. Quando lui li aprì, gli occhi, non le chiese più l'etá. A dire il vero, non gliela chiese nemmeno prima di chiuderli, quegli stessi occhi, i pantaloni calati sulle ginocchia, un mozzicone spento tra le dita, un altro tra le gambe.

Passarono molti mesi e molte notti trascorse assieme prima che lei mi lasciasse scorrere con le dita i solchi profondi di quel tatuaggio ingombrante che ricopriva, scendendo lento dalle spalle, buona parte del corpo ormai ventenne. Mi aiuta a dimenticare, disse una volta senza volerne poi più parlare. Fino a quella notte di maggio, distesa tra le lenzuola consumate di un affittacamere di Lisbona. Devo dirti una cosa, è un segreto. L'ho tenuto con me fino ad oggi. L'ho custodito per lei. Di quel segreto divenni schiavo. Quel segreto, ed altri ancora che condivise con me, furono le catene che mi costrinsero ad accettare le sue violenze, la sua gelosia, i suoi scatti d'ira, il suo controllo, le sberle, i pugni, il distruggere ogni cosa cui fossi affezionato. L'isolamento. La disperazione. L'accogliere anch' io paura e vergogna, ai piedi del mio letto, intente a giocarsi a carte la mia vita. Quel segreto era la sua giustificazione, e la mia condanna. L'ho custodito, e ne ho pagato il prezzo.

Non fu la cinghia, quel giorno di primavera, quando la Majda gli disse che non lo avrebbero più servito, come cliente. Una sberla sul sedere va bene, gli disse sottolineando il "caro il mio Magico" senza alcuna intenzione di nasconderne l'ironia, ma quella volta lì, alla polacca, le aveva quasi rotto un braccio, e con quei segni viola in volto i clienti non l'avevano voluta, per paura di essere poi accusati loro stessi. Non fu nemmeno la chinghia  a colpire sul greto dell'Isonzo. La bambina camminava tremando davanti a lui, la spinse a terra, e fermó la mano, armata dei cavi elettrici che portò con se, solo quando si accorse che aveva perso coscienza. 

Le cicatrici perggiori però non me le lasciò quel giorno. Fu tre anni dopo, quando persi il bambino. Voleva sapere chi fosse il padre. Padre. Avevi dieci anni? Si, ma a lui cosa importava. Conosceva tutti, tornava spesso a casa in divisa. Mia madre diceva sempre che avrebbe dovuto sposare l'ispettore, mica mio padre. Padre. Non so dirvi quanto durò il silenzio, certo molto meno di quando vi potreste aspettare. Comunque mi hanno fatta abortire. Tornammo giù al paese, sistemarono tutto. Anche la pelle squarciata dalle catene da neve con cui mio padre cercò di farmi confessare.Si alzò, si rivestì piano, ed uscì dalla stanza, si perse per le strade di Lisbona. La rividi solo la sera, parlammo d'altro. Non chiesi più.

Ci incontrammo di nuovo in un bar di Bologna. Sono quasi vent'anni. Quando sei tornato dall'America? Due giorni fa, ma riparto già domani. E tu? Vivo qui. Sapevo che aveva trascorso nove anni ospite della sezione femminile della Casa Circondariale della città. Non dissi nulla. Mia figlia ha già quattordici anni, mi raccontò. Sono felice per te. Si, ora la vedo ogni settimana. Tua madre, le chiesi. È ancora lì che si lamenta, l'urna è ancora vuota. Sorrise. Mio padre invece ha avuto un ictus, non parla píù, se la fa addosso. Mi dispiace. Dispiace anche a me. Il magico.

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